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BELLAGUARDIA

Capuleti rosè

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SKU BIOCH273

CANTINA: Bellaguardia​​​​​​​
ZONA: Vicenza - Montecchio Maggiore
TERRENO: Argilloso , calcareo
CONSUMO IDEALE: 2018/2020
VITIGNO: Pinot nero 100%
ALCOL: 12,5%
VINIFICAZIONE: Acciaio
AFFINAMENTO: Acciaio
AROMI: Fruttato , agrumato , minerale
IDEALE CON: Primi piatti di carne , secondi piatti di carni bianche , formaggi
BOTTIGLIE PRODOTTE: 3500
​​​​​​​GIUDIZIO BIOCHAMPAGNE: ​​​​​​​7,5/10

È a una giovane donna e al suo spirito che ci siamo ispirati per il nostro rosé. Un carattere forte, unico, mai domo e allo stesso tempo suadente e seduttivo. Il pinot nero, un’uva delicata e bellissima, proprio come Giulietta dei Capuleti, dona fragranza e delicatezza a un metodo classico rigoroso e concepito per chi desidera potenza espressiva pura. Una qualità che amiamo curare passo dopo passo, alla ricerca di una classe senza eguali.Eleganza e raffinatezza ma con temperamento, è il rosé di Bellaguardia. Prodotto in quantità limitate solo nelle annate migliori. Ottenuto da uve di Pinot nero in purezza, deve il suo colore alla leggera macerazione delle uve a bacca rossa.

 

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Secondo gli antichi romani, dove c’era un castello si produceva del buon vino. Il discorso potrebbe riferirsi tranquillamente al colle dei Castelli di Montecchio Maggiore ove il liquore della vite otteneva alle Mostre diplomi e premi.
Quando Lonigo era una piccola capitale del Basso Vicentino, il principe Alberto Giovanelli, deputato al Parlamento italiano, ideò la Fiera Agricola Campionaria che poco alla volta avrebbe sostituito la celebre Fiera dei Cavalli, nota in tutta Europa e scippata da Verona.
Alla Fiera partecipavano le sorelle Strobele proprietarie della costa del monte di Montecchio. Esponevano gli asparagi, noti come quelli di Bassano e il vino battezzato come “lo champagne dei Castelli” e per questo rinomato vino ottenevano diploma e medaglia.
​​​​​​​Per capire la questione, occorre osservare il colle che domina il paese di Montecchio. Si stacca dai Lessini e dopo Rocca Vecchia, di origine vulcanica e assolutamente improduttiva, dopo una rapida curva si volge a settentrione e si allinea al corso dell’Agno-Guà. E’ noto che a produrre un buon vino al vitigno, la durella, occorre la luce e il calore del sole. La parte rivolta a nord del colle dei Castelli, quasi sempre ombrosa, produceva il frizzante vino di primavera dei Tantero; il primato però era lasciato alla fascia meridionale, ripida ma di buona terra, che raggiungeva l’unghia rocciosa su cui si erigevano i Castelli.
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